In principio fu il tanka .:
Vi è un genere letterario in Giappone che, impermeabile alle influenze straniere, persino a quella della cultura cinese, resiste da secoli immutabile nella forma e nei contenuti: la poesia classica giapponese, spesso indentificata nel tanka (letteralmente "poesia breve"; è inalterato dal V sec. d.C.). Già nella prima antologia della poesia giapponese, il Manyoshu (seconda metà dell'VIII sec.), esso riveste un ruolo particolare, probabilmente per la grande sintonia che riesce a generare con la sensibilità nipponica, tanto da essere anche chiamato "waka", ossia "poesia giapponese". Inoltre, la fortuna del tanka raggiunse tali livelli da essere assunto come mezzo privilegiato di comunicazione alla corte.
Il tanka è formato da 31 sillabe, distribuite in 5 versi secondo lo schema 5,7,5,7,5, e costituisce un piccolo poema, e questa sua brevità gia di per sé costituisce un elemento di bellezza (poiché, secondo Sei Shonagon, "tutte le cose piccole sono belle"). I primi tre versi del tanka costituiscono il kami-no-ku (lett. "parte superiore"), e gli ultimi due il shimo-no-ku ("parte inferiore"). Le due parti devono risultare contrapposte.
Il renga, o l’arte delle scatole cinesi .:
Col passare del tempo, questa struttura si frammenta in una serie di battute, raggiungendo i suoi apici nell'XI e nel XII sec., sino a divenire una sorta di dialogo virtuosistico in versi tra un poeta che compone la prima strofa, ed il suo interlocutore che risponde con la seconda. Ad essi si aggiungono via via altri partecipanti, trasformando il tanka in un kusari-renga, ossia una poesia a catena. Ciascuna strofa deve richiamare solo quella precedente, creando così un variegato movimento all’interno della composizione, che poteva raggiungere le oltre cento strofe, seguendo un meccanismo simile a quello delle scatole cinesi. Già da questa fase, si può comprendere l’importanza della prima strofa, che finirà poi per emanciparsi prendendo il nome di hokku. La composizione della prima strofa, essendo la principale dell’intera composizione, veniva generalmente affidata al poeta più esperto, sancendone l’autorità e la bravura.
Inizialmente destinato solo all’ambiente della corte, il renga divenne così popolare da diffondersi anche al di fuori, riscuotendo successo ancora una volta: nasce così il chika-renga, ossia le composizioni redatte da persone non nobili. Da tempo, per reazione ai rigidi canoni della poesia tradizionale, si era sviluppata una certa insofferenza per le regole. Nuovi contenuti e nuove forme si svilupparono, liberandosi, almeno in parte, dalle convenzioni e dai manierismi, lasciando spazio alla spontaneità: ecco quindi l’haikai-no-renga¸diffusissimo nel XVII secolo, in cui lo stile sia abbassa sino a divenire umoristico e leggero (mushin, "senza cuore"), a volte persino triviale.
Uno sguardo intorno .:
Ed è in questo scenario che s’inserisce Matsuo Basho, in un contesto segnato da un profondo rinnovamento sociale e da un nuovo fervore artistico: è l’età in cui fiorisce la classe borghese, al centro di interessi non più solo economici, ma anche politici e culturali. E’ una sorta di rinascimento giapponese, caratterizzato, tra l’altro, dalla nascita del romanzo moderno con Ihara Saikaku, e dal pieno sviluppo, grazie a Chiksmatsu Monzaemon, dei teatri kabuki e joruri.
Qualche parola su Basho .:
La lingua semplice di Basho, il suo stile piano, il suo contatto con una natura viva e presente testimoniano un nuovo impegno nella poesia e nell’arte. Ripercorre fisicamente i viaggi nelle terre già visitate da altri poeti per trarne conoscenza e ispirazione, ed anche simbolicamente perché condivide con essi lo stesso amore per l’arte. Nei renga a cui partecipa, lascia da parte l’allusione raffinata agli antichi modelli letterari –fino a poco tempo prima considerata un segno distintivo di eleganza ed erudizione-, preferendole il nioi, la fragranza emanata dai versi, l’hibiki, l’eco tra le due strofe, e lo usuri, il riflesso che le unifica. La natura che canta non è quella appassita nei versi della corte, ma è viva, irruente con la sua dolcezza o la sua corposa vitalità:
In mezzo alla città,
vari odori
sotto la luna d’estate.
Si sente pure una voce davanti alle porte:
che caldo, cha caldo!
Non ancora finita la seconda sarchiatura,
già spunta
la spiga di riso.
La cenere del focolare viene rimossa
Da un pezzo di sardina secca.
Da queste parti
non riconoscono monete d’argento:
che scomodità!
Si vede una spada
terribilmente lunga.
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